La sinistra e la fabbrica degli idoli a scadenza sempre più breve
L'irrefrenabile necessità di mantenere eccitate le truppe
C'è stato un tempo in cui la politica cercava di conquistare gli elettori con una visione della società, un modello economico, delle idee e un progetto per il futuro.
Oggi, almeno in una certa sinistra italiana, sembra funzionare diversamente.
Quando mancano proposte capaci di entusiasmare, servono simboli. Quando diventa difficile spiegare dove si vuole portare il Paese, diventa molto più semplice indicare qualcuno da ammirare e qualcun altro contro cui indignarsi.
Nasce così quella che potremmo chiamare la fabbrica degli idoli progressisti.
Il meccanismo si ripete con una regolarità ormai quasi prevedibile.
Compare un personaggio che incarna perfettamente la narrazione del momento. Viene immediatamente elevato a simbolo: dell'accoglienza, dell'antifascismo, dell'ambientalismo, dei diritti, della resistenza al sovranismo, del giornalismo libero, della nuova sinistra europea.
Per qualche mese sembra che tutto debba ruotare intorno a lui.
Le televisioni lo invitano, i giornali lo raccontano, i politici lo citano, i social lo trasformano in un'icona. Criticarlo diventa quasi automaticamente una critica alla causa che gli è stata cucita addosso.
Poi succede qualcosa.
A volte emergono contraddizioni. A volte arrivano vicende giudiziarie o politiche che complicano il racconto. A volte semplicemente il personaggio smette di funzionare mediaticamente.
E allora accade la cosa più interessante: raramente viene celebrato un funerale politico dell'idolo. Semplicemente si smette di parlarne.
E arriva il successivo.
Abbiamo visto passare il modello Riace di Mimmo Lucano, Carola Rackete trasformata nel simbolo della sfida alle politiche sull'immigrazione, Greta Thunberg diventata per qualche anno la coscienza climatica di un'intera generazione, Patrick Zaki trasformato in una battaglia nazionale.
Poi il chavismo e il Venezuela, difesi per anni da settori della sinistra radicale anche quando il "socialismo bolivariano" mostrava crepe sempre più difficili da nascondere.
E ancora Aboubakar Soumahoro.
Forse uno degli esempi più perfetti del meccanismo: gli stivali infangati, la lotta dei braccianti, il riscatto degli ultimi. Una biografia politica che sembrava scritta apposta per diventare un simbolo.
Poi le vicende delle cooperative gestite da persone a lui vicine — pur senza che le responsabilità contestate a queste ultime potessero essere automaticamente attribuite a Soumahoro — hanno mandato in cortocircuito quella rappresentazione.
E l'idolo ha rapidamente perso il centro del palcoscenico.
Poi è arrivata Ilaria Salis.
Le catene in Ungheria, Orbán, l'antifascismo, la candidatura europea: ancora una volta una persona concreta è diventata qualcosa di molto più grande, un simbolo attraverso il quale mobilitare emotivamente il proprio campo politico.
All'estero il meccanismo non cambia.
Jacinda Ardern è stata per qualche tempo il modello mondiale della leadership progressista. Kamala Harris è diventata in poche settimane la speranza capace di fermare Trump.
Pedro Sánchez è stato raccontato come la dimostrazione vivente che una sinistra moderna, progressista e radicalmente alternativa alla destra poteva ancora vincere e governare.
Oggi anche il suo modello deve fare i conti con scandali, indagini e un logoramento politico che rendono il quadro molto meno idilliaco.
E poi c'è Sigfrido Ranucci, diventato per una parte della sinistra non semplicemente un giornalista — e quindi un professionista il cui lavoro può essere apprezzato, discusso e criticato — ma il simbolo stesso del giornalismo d'inchiesta e della libertà d'informazione minacciata dal potere.
Cambiano i nomi, ma lo schema resta sorprendentemente simile.
E nel frattempo è arrivata Francesca Albanese.
La relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi è diventata, soprattutto con la guerra di Gaza, una nuova figura simbolica per una parte della sinistra italiana. Non più soltanto un'esperta chiamata a svolgere un incarico internazionale, le cui analisi possono essere condivise o contestate, ma sempre più spesso un'icona da applaudire, invitare, premiare e difendere.
Anche in questo caso il meccanismo sembra quello già visto: la persona finisce per sovrapporsi alla causa che rappresenta. Criticare le posizioni della Albanese rischia così di essere interpretato come un attacco alla causa palestinese stessa, mentre le contestazioni nei suoi confronti — comprese quelle molto dure provenienti da Israele, dagli Stati Uniti e da organizzazioni e osservatori che le attribuiscono posizioni fortemente sbilanciate o controverse — diventano, nella narrazione dei suoi sostenitori, un'ulteriore conferma del suo ruolo di voce scomoda contro il potere.
Il risultato è ancora una volta la costruzione di un personaggio-simbolo: Francesca Albanese non è più soltanto Francesca Albanese, ma diventa "la voce di Gaza", la donna che avrebbe il coraggio di dire ciò che gli altri non vogliono dire.
Ed è proprio questa trasformazione a essere interessante. Perché quando una figura viene caricata di un valore morale superiore, diventa sempre più difficile discuterne nel merito. Le sue affermazioni non vengono più semplicemente valutate per ciò che contengono: diventano parte di uno schieramento. O sei con lei, oppure vieni facilmente collocato dall'altra parte.
È lo stesso bisogno di identificazione che ritorna continuamente: trovare un volto nel quale concentrare una battaglia molto più complessa, trasformarlo in riferimento morale e utilizzarlo come elemento di mobilitazione del proprio campo.
E c'è un altro particolare: gli idoli durano sempre meno.
Un tempo un riferimento politico o culturale poteva accompagnare una generazione. Oggi sembra necessario produrne continuamente di nuovi.
Perché?
La mia impressione è che questa accelerazione nasca soprattutto da un vuoto.
Quando non riesci più a entusiasmare parlando di crescita economica, produttività, salari, industria, energia, sicurezza, natalità, scuola, infrastrutture, innovazione o futuro dello Stato sociale, devi trovare qualcos'altro capace di mantenere mobilitato il tuo elettorato.
E le emozioni funzionano molto più velocemente delle proposte.
Serve quindi un eroe da difendere, una vittima nella quale identificarsi, un nemico contro cui indignarsi, una battaglia morale che permetta di sentirsi dalla parte giusta.
Soprattutto serve continuamente un nuovo motivo per eccitarsi politicamente.
È una politica che rischia così di vivere di picchi emotivi: oggi l'accoglienza, domani il clima, dopodomani l'antifascismo, poi Gaza, Orbán, Trump, il giornalista sotto attacco o il nuovo leader progressista straniero da indicare come esempio all'Italia.
Ogni simbolo alimenta per qualche tempo la narrazione.
Poi inevitabilmente si consuma.
E quando si consuma non è necessario fare autocritica, spiegare perché fosse stato caricato di tante aspettative o riconoscere che la realtà fosse più complessa della rappresentazione iniziale.
È sufficiente trovarne un altro.
Il punto, naturalmente, non è sostenere che tutte queste persone siano uguali, che abbiano commesso qualcosa di sbagliato o che le battaglie che rappresentano siano necessariamente prive di valore.
Sarebbe una semplificazione identica a quella che si vuole criticare.
Il problema è proprio la trasformazione delle persone in santini politici.
Perché quando una politica ha idee forti, sono le persone a servire le idee.
Quando invece le idee diventano deboli, sono i personaggi a dover tenere in piedi la narrazione.
Ed è forse questo il segnale più evidente della crisi di una certa sinistra contemporanea: ha sempre bisogno di trovare qualcuno che rappresenti ciò che non riesce più a raccontare attraverso un progetto politico convincente.
Soumahoro passa, Salis passa, Albanese passerà, Sánchez passerà, Ranucci passerà.
Non importa.
La fabbrica non può fermarsi.
Perché quando si spegne l'ultimo riflettore e finisce l'ultima indignazione, rimane una domanda terribilmente semplice:
al netto degli idoli, dei nemici e delle battaglie del momento, qual è il progetto di società che state proponendo agli italiani?
Ed è proprio quella la domanda alla quale diventa ogni giorno più difficile rispondere in un campo largo diviso su tutto tranne che sulla fame di tornare al potere.
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